Nankurunaisa (なんくるないさ)

Nankurunaisa è una parola giapponese che significa “con il tempo tutto si sistema”.
Il concetto di per se stesso sembra banale, ma, già il fatto che si esprima in un’unica parola, ne apre il respiro ed il senso ad una fluidità che appartiene certamente più alla musica che alle sentenze.
Con buona pace dell’Ammiraglio Yamamoto che si butterebbe sicuro a mare, mi piace pensare che sia una sorta di principio regolatore che muove invisibili incastri dello spazio tempo che portano tutti i tasselli del caos delle nostre imperfezioni al loro posto. Un piano liscio e compatto, un cerchio di tempo compiuto. Forse una linea retta e tagliente al punto da perdere quasi tutte le dimensioni.
Ebbene nella tensione che tutto si sistemi, forse ci rendiamo conto che i gesti della regolazione minuziosa di quegli incastri sono infiniti, sono essi stessi il perfezionamento della personale arte di scoprire che ogni straordinaria imperfezione ci porti ad un orizzonte perfettamente solido e consapevole di ciò che siamo.
Che poi, qualunque cosa sia, con il tempo, tutto si sistema. Perfino noi.

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Biancaneve e Babbo Natale. Cosmopolis

La vita a volte sembra un incedere un po’ ridicolo di tentativi Hard Rock. Poi dipende anche parecchio dalla colonna sonora che ognuno si porta dentro. Tutto vero, certo che bisognerebbe almeno avere l’onestà intellettuale di ammettere che i Subsonica non piacciono a nessuno. Lo sforzo di sembrare intelligenti impone scelte assolutamente improbabili.
Segue allitterazione di Maggio con sfumature epistolari natalizie.
Aprendo l’armadio si rese conto di non avere gonne bianche. “Solo dannate gonne gialle…” pensò Biancaneve. Uscire con i principi azzurri di questi tempi non è mica uno scherzo e quella gonna bianca sarebbe stata perfetta per una cena di sushi.
Chicchi di riso pressato delicatamente, come un sapiente ricamo, le mani ed i sottili arabeschi disegnati con le dita. Sulla pelle. Accarezzata di bianco. Già, mica facile interrogare lo specchio di un selfie, mica facile essere Biancaneve e cercare un principe. Trovarne uno che sappia cosa vuol dire mangiare. Con le mani.
Santa Claus is comin’ to town!!


Africo

L’evocazione é un potere che appartiene alle cose semplici, arriva poi al complesso della mente che, decifrandone i codici, ne ricava delle immagini. Come alle donne che sono capaci di fare e rifare un nodo per migliaia di volte, inseguendo un’estetica di perfezione che appartiene solo alla loro immaginazione. O aspettando ritorni e nuovi inizi. Come a mio figlio, che impara a riconoscere i venti dal sentore che portano.
I cuori sono scogliere sulle quali abitare. Così, posti di confine, luoghi dove scegliere è una spiegazione all’esserci, così sempre divisi tra un baratro d’orizzonte ed una vita indissolubile alle spalle.
Soffia l’Africo da terra, di sabbia, pioggia e terremoti. Libeccio, Africo o Garbino, come lo chiamano i vecchi pescatori della mia terra, soffia e dovremmo ricordare che da sempre porta sul Mediterraneo storie di grandi viaggi, ritorni ed infinite rinascite. Perchè siamo tutti Nessuno.

“Be through my lips to unawaken’d earth
The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?” (Ode to the West Wind, Percy Shelley, 1820)

  


Cipolle rotte

Come un passeggero guardare attraverso il vetro. Luci che passano, sbirciare le stelle da sotto, incrociare altri sguardi che sembrano fermi. Capita a volte che sembra chiedano un passaggio, non importa dove tu stia andando, salirebbero a bordo anche loro, a bordo di un altrove qualsiasi. Sfilo dalla tasca quel vecchio orologio, fa le 3 e 35 da anni, ma controllo sempre. Credo che se mai dovesse ripartire penserei di dover cominciare a crescere anch’io.
In fondo poter tornare indietro nel tempo è un privilegio di chi ha pazienza e comprensione per i propri sogni. Ed anche di chi viaggia veloce. Ma si può fare di meglio.
Mi tornano in mente un limone ed una farfalla ed una canzone da canticchiare che non c’entra nulla con quel che passa la radio.
Riguardo ancora quella vecchia cipolla rotta, sulla catenella si è accumulata una vita intera, brilla solo in un punto.
Che diavolo sarà successo a quelle 3 e 35.

“Gli uomini capaci di voler molto bene hanno tutti il senso degli ornamenti femminili.” (Tristi Amori, Giuseppe Giacosa, 1887)

“Come vorrei poter ridurre tutto ad un giorno di sole” (Senza fare sul serio, Malika Ayane, 2015)


L’Es Virtuale

Ovvero: aggiornamento pressapochistico della struttura psichica.
Nel coacervo dell’espressività che è esploso negli ultimi anni, potremmo andare a misurare fra una generazione o due, l’emergenza di un nuovo piano dell’individuo che ben si potrebbe catalogare come l’Es Virtuale.
Come ben noto ai più, l’Es è quel groviglio un po’ indistinto che la nostra mente crea per riporvi, ben protette, tutta una serie di emozioni e pulsioni che il nostro essere umani iper-complessi e ragionevoli (sì, col cazzo) ha progressivamente relegato a ruolo di interferenze di sottofondo. Tanto per specificare, niente di diverso dagli originali Eros e Thanatos.
Il bello di tutto ciò è che il mondo virtuale che abbiamo creato, dove miliardi di individui alimentano con grande cura rappresentazioni della vita che vorrebbero vivere, è diventato la cassa di risonanza di una rivincita clamorosa dell’Es generando l’Es Virtuale.
E’ un po’ come la natura che riprende gli spazi prima occupati dalla civiltà ricoprendo fatalmente le rovine lasciate dall’incuria della ragione, allo stesso modo la natura umana riemerge nella sua potenza, anche drammatica, riportando a galla le istanze istintive dell’inconscio.
Ebbene il virtuale annulla così le distinzioni poetiche del non detto che l’Io (che peraltro si è rivelato non meno arcaico e sadico dell’Es) ha faticosamente costruito vaporizzando gli istinti nella comunicazione.
Mi rimane la convinzione che certi sorrisi silenziosi siano proprio belli.
E comunque, l’acqua non ha colonna sonora.

 

“I am a kind of paranoid in reverse. I suspect people of plotting to make me happy.” (J. D. Salinger)

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EXPOrsi

Vorrei avere un’opinione politico-sociale rilevante riguardo i fatti di questi giorni. Illuminante, aggregante, largamente condivisibile. Il problema è che non sono mai stato bravo con gli epitaffi.
L’autoreverse fu una rivoluzione, nostalgia canaglia, ed a tentare di riavvolgere quelle musicassette infilandoci la bic, se ne aveva di tempo per pensare.
Vedo un bestiario tutto di bizzarre creature ed avvoltoi grandi e grossi che se ne vanno in giro come persone vere, Icaro che posta foto del suo viaggio infinito verso un Sole troppo social per sciogliere le sue ali ed io, invece, che continuo a volerle costruire in volo dopo essermi già lanciato. Prima o dopo mi farò male lo so, ma preferisco non farmi trovare pronto.

“È che sei adulto adesso. E la cosa più difficile dell’essere adulti è che lo sei prima di rendertene conto, e a quel punto hai già preso una decina di decisioni.” (Leoni per Agnelli, Robert Redford, 2007)


Dialogo con la Fenice

Eccoli là, i primi bagliori di fuoco, albe e fiamme. Sono istanti di confine lasciando una notte in cui eravamo ancora giovani, viaggiando. Invecchiando. E sempre perché il gerundio conta.
Parlavo con una Fenice e non era né una notte per essere giovani né ancora un giorno nuovo per invecchiare. Era solo un istante. Una notte anche per chi non sarà mai.
Disse che rinascere è come l’arte dell’arrangiarsi, perché dalla seconda volta ognuno deve far da solo. Ecco perché noi uomini non sappiamo farlo, che a far da soli non abbiamo mai imparato. Come è vero che le donne solamente sanno cos’è un risveglio.
Disse che non ci resta che esserci e che ridere è la cosa più saggia che possiamo fare. Come quando ridiamo di noi.
Disse che le nuvole dei viaggiatori sono irripetibili e che vanno tutte a finire su di un’isola deserta in fondo ad i tuoi occhi, lasciando solo l’azzurro.
Disse che la somma delle emozioni è l’architettura di un tempo del quale non possono rimanere unicamente le rovine, solo le promesse sono sopravvalutate.
Dissi qualcosa riguardo a champagne e peperonata, ma l’anabasi enogastronomica non mi riuscì. Allora provai ad aprire il pugno ed a soffiare sul palmo della mano aperta per far volare le parole, ma rimasero appiccicate lì. Restai sorpreso della mia insolita incapacità di districarmi nell’intricato, capii che a volte le parole non bastano. Mi accesi una sigaretta.
I dadi sono rotondi. Disse.
Rimase solo brace di un giorno che si faceva cenere. Toccherà aspettare altri 500 anni.


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