Dialogo con un Ippogrifo

Che strano animale sei tu.
Senti chi parla.
In che senso scusa?
Sei un uomo e gli uomini si sono nemici. Avete distorti concetti di solitudine, di razza, di casa. Avete perso la fantasia, la meraviglia ed i sogni. Vi distruggete l’un l’altro. Già, siete proprio dei ben strani animali.
Ma siamo arrivati fino alla Luna!
E allora? Anch’io lo feci.
Incontrasti i tuoi sogni realizzati sulla Luna?
No. Trovai solo il senno. Di qualcun altro.
Cos’è l’amicizia?
È speranza. Ed è futuro. È ciò che a voi sembra un’antitesi che si fonde.
E l’inimicizia?
È rimpianto. Ed è ragione. Nulla che v’appartenga veramente. La medesima fusione di prima.
Non comprendo.
Negare se stessi od i fatti di cui si è protagonisti ed essere convinti, in questa negazione, di aver ragione, genera il primo nemico. Esattamente quel sé che si vuol negare. Una zuffa di torti. Chi vince distrugge se stesso.
Quindi?
Quindi nulla. Guarda me, un puledro imperfetto ed un grifone altrettanto imperfetto. Eppure, non sono forse un essere migliore di entrambi?
Credo di sì.
Ordunque forse non serve essere perfetti, ma semplicemente migliori.
Mi hai convinto, ma chi giudica tutto ciò?
Nessuno; giudice e giudicato non sono che lo stesso essere senza per questo poter smettere di essere ciò che sono. Così come la tempra d’eroe non smette d’esser tale nello sconfitto. Così come l’individualità non dovrebbe smetter d’esser tale nell’amore.
Ehi, vacci piano! Non cominciamo a parlar d’amore che poi non ne usciamo più fuori!
Come ti pare, ma rammenta ciò che ti dico: non smettere mai d’aver cura di te stesso. Non la cura, ma ciò che produce, è il segreto dell’amore.
Lasciamo perdere, piuttosto, l’Inter vincerà lo scudetto quest’anno?
No.
Vorrei interrogarti per ore, vorrei poter capire, scoprire i segreti del mondo e dell’immaginazione.
Sapresti distinguere il suo passo anche nel mezzo di una folla sterminata?
Non so…ma penso di sì. Lo riconoscerei.
Bene, allora cerca quel passo, trova, raggiungi. Accorda il tuo ritmo al suo, è quel che vi distingue. Camminate assieme. Non c’è altro da capire.
Posso cavalcarti?
No. Devi prima imparare a volare.

Morir non puote alcuna fata mai,
fin che ’l sol gira, o il ciel non muta stilo.
Se ciò non fosse, era il dolore assai
per muover Cloto ad inasparle il filo;
o, qual Didon, finia col ferro i guai;
o la regina splendida del Nilo
avria imitata con mortifer sonno:
ma le fate morir sempre non ponno.

(Ludovico Ariosto, 1532, Orlando furioso, X-56)

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