Il boulevard dei Segni rotti

Non c’è niente da fare, conduciamo in pochi una guerra silenziosa, ed ormai forse anche persa, per i diritti dei segni.
Non c’è guerra fine a se stessa nel senso che ognuna deve avere almeno tre presupposti fondamentali e fondanti: due di questi sono un obiettivo ed un nemico. Nel più banale dei casi il secondo è ovviamente l’ostacolo al raggiungimento del primo, nel più complesso viceversa, il contrario.
Il terzo è il campo di battaglia. Lo scenario, il terreno di scontro. In ultima analisi, il percorso che porta ad i primi due.
È noto come i più esimi strateghi della storia studiassero molto più attentamente e con più febbrile apprensione questo terzo elemento piuttosto che i ben più trascurabili e banali primi due.
Vabbè, scusate la divagazione, ma era per dire che il terreno di scontro di questa guerra iper complessa è un tempo nel quale il linguaggio deriva sempre più verso la semantica piuttosto che la semiotica.
Per farla breve: fondamentalmente si tratta dell’antitesi tra quel che esiste di per se stesso e della densità che l’impregna, il Senso, e quel che invece per sua natura rinvia a qualcos’altro, che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos’altro di assente, il Segno.
Ora, è pur vero che l’esistenza stessa dei segni è indissolubilmente legata al senso del quale sono portatori, ma esiste un manipolo di irriducibili, al quale mi associo e mi affido, che credono ancora che la realtà di ciò che rimanda a qualcosa di non immediato abbia ancora il suo da dire piuttosto che quella di un senso troppo facile da tenere nella mano.
Dunque i segni, anche quelli incomprensibili, hanno i loro diritti e dovremmo batterci tutti per salvaguardarli. Non tutti devono avere senso per forza, se non quello che ognuno di noi vuol dar loro.
Per non smettere di distinguerci. E forse anche di sognare.

“Ognuno è come il cielo l’ha fatto, e qualche volta molto peggio.” (Miguel de Cervantes, El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, 1605-1615)

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