Dialogo con la Fenice

Eccoli là, i primi bagliori di fuoco, albe e fiamme. Sono istanti di confine lasciando una notte in cui eravamo ancora giovani, viaggiando. Invecchiando. E sempre perché il gerundio conta.
Parlavo con una Fenice e non era né una notte per essere giovani né ancora un giorno nuovo per invecchiare. Era solo un istante. Una notte anche per chi non sarà mai.
Disse che rinascere è come l’arte dell’arrangiarsi, perché dalla seconda volta ognuno deve far da solo. Ecco perché noi uomini non sappiamo farlo, che a far da soli non abbiamo mai imparato. Come è vero che le donne solamente sanno cos’è un risveglio.
Disse che non ci resta che esserci e che ridere è la cosa più saggia che possiamo fare. Come quando ridiamo di noi.
Disse che le nuvole dei viaggiatori sono irripetibili e che vanno tutte a finire su di un’isola deserta in fondo ad i tuoi occhi, lasciando solo l’azzurro.
Disse che la somma delle emozioni è l’architettura di un tempo del quale non possono rimanere unicamente le rovine, solo le promesse sono sopravvalutate.
Dissi qualcosa riguardo a champagne e peperonata, ma l’anabasi enogastronomica non mi riuscì. Allora provai ad aprire il pugno ed a soffiare sul palmo della mano aperta per far volare le parole, ma rimasero appiccicate lì. Restai sorpreso della mia insolita incapacità di districarmi nell’intricato, capii che a volte le parole non bastano. Mi accesi una sigaretta.
I dadi sono rotondi. Disse.
Rimase solo brace di un giorno che si faceva cenere. Toccherà aspettare altri 500 anni.

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5 responses to “Dialogo con la Fenice

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